Per decenni, gli astronomi hanno dibattuto su una questione fondamentale: Venere è ancora vulcanicamente attivo? Mentre un tempo si pensava che la superficie del pianeta fosse stata rimodellata da un unico, massiccio evento vulcanico avvenuto 500 milioni di anni fa, le prove emergenti suggeriscono una realtà molto più dinamica.
Una nuova ricerca indica che le tecniche utilizzate per monitorare i vulcani più potenti della Terra – in particolare l’eruzione del Mauna Loa del 2022 alle Hawaii – potrebbero fornire la tabella di marcia per identificare i flussi di lava attivi su Venere.
Il mistero della superficie venusiana
Venere è un mondo definito dal fuoco. Le immagini radar hanno identificato oltre 85.000 vulcani sulla sua superficie e l’atmosfera del pianeta contiene alti livelli di anidride carbonica, anidride solforosa e azoto molecolare, gas spesso associati all’attività vulcanica.
Tuttavia, le prove dirette, come i pennacchi vulcanici visibili, rimangono sfuggenti. Ciò crea un divario scientifico significativo: senza sapere per quanto tempo la lava rimane calda e fluente, gli scienziati non possono facilmente distinguere tra roccia antica e raffreddata ed eruzioni fresche e attive quando osservano pianeti distanti.
Lezioni dal Mauna Loa
Per colmare questa lacuna, il geologo Ian Flynn e il suo team si sono rivolti a uno dei siti vulcanici più attivi della Terra: Mauna Loa, Hawaii. Durante l’eruzione del 2022, i ricercatori hanno utilizzato una combinazione di dati satellitari finanziati dal governo e di proprietà privata per tracciare il movimento della lava.
Questo studio ha prodotto due scoperte cruciali che hanno implicazioni dirette per l’esplorazione planetaria:
1. Prevedere le eruzioni tramite l’apprendimento automatico
Analizzando i dati che hanno portato all’evento del 2022, i ricercatori hanno utilizzato l’apprendimento automatico per identificare un accumulo di calore sotterraneo circa un mese prima dell’inizio dell’eruzione. Anche se prevedere le esplosioni vulcaniche rimane una delle maggiori sfide della geologia, questa scoperta suggerisce che i modelli termici possono offrire un modo per prevedere l’attività.
2. Passare dal 2D al 3D
Le immagini satellitari in genere forniscono una vista piatta e bidimensionale di un paesaggio. Tuttavia, lo spessore di una colata lavica è una variabile vitale; determina quanto materiale viene rilasciato e quanto tempo durerà il flusso prima del raffreddamento.
Collaborando con esperti nella misurazione dei ghiacciai, il team ha convertito con successo le immagini satellitari 2D in modelli 3D. Hanno scoperto che:
– I flussi di lava più spessi di 20 metri (66 piedi) hanno impiegato circa 21 mesi per raffreddarsi.
– Comprendere queste velocità di raffreddamento consente agli scienziati di lavorare a ritroso partendo dalla lettura della temperatura per determinare l’età e la composizione della lava.
Il futuro dell’esplorazione di Venere
Questa metodologia è destinata a diventare una pietra angolare delle prossime missioni spaziali. La missione VERITAS della NASA, il cui lancio è previsto per l’inizio degli anni ’30, mira a mappare la superficie di Venere con una precisione senza precedenti.
Se VERITAS rileva tracce termiche su Venere, i “modelli di raffreddamento” sviluppati dai dati di Mauna Loa saranno essenziali. Consentiranno agli scienziati di determinare se stanno assistendo a una nuova eruzione o alle braci morenti di una vecchia, rivelando infine se Venere è un mondo geologicamente “morto” o un pianeta vivente e che respira.
“Sapere come si raffredda la lava consente agli scienziati di limitare meglio i nostri modelli quando troviamo vulcani attivi su altri pianeti.”
Conclusione: Padroneggiando la fisica del raffreddamento della lava sulla Terra, gli scienziati stanno costruendo gli strumenti analitici necessari per decodificare la storia vulcanica e l’attuale attività di Venere.





























